Perche' “Cambiare Davvero”?
“Cambiare davvero” è pensiero e azione. Siamo persone animate dalla ferma volontà di
innovare il nostro Paese. I punti che seguono sono i temi principali attorno ai
quali ruotano la nostra attività e il nostro impegno per cambiare davvero la società e la politica.
Così nasce “Cambiare davvero”: un’intenzione ferma e decisa di offrire
un’alternativa seria, un segnale di speranza che il presente, cambiando, possa migliorare.
- Il partito... che vogliamo (clicca per espandere)
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Vogliamo un partito che rappresenti un’alternativa reale alla politica urlata degli insulti e degli scontri, che si faccia interprete dell’urgenza di cambiamento che anima tutta la società.
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L’alta percentuale di astensionismo rilevata alle ultime elezioni ci fa riflettere sulla grande spaccatura che si sta creando tra politica e società: noi dobbiamo ricomporre questa frattura, ascoltare le necessità dei cittadini e ripartire dal territorio, migliorando il nostro radicamento ogni giorno di più.
Per distinguerci dal desolante panorama politico attuale abbiamo bisogno di regole chiare, come una legge elettorale che garantisca ai cittadini una maggiore partecipazione, fornendo loro la possibilità di scegliere direttamente i propri rappresentanti. Il nostro è un Parlamento di “nominati”, che non ha l'autonomia politica per esercitare a pieno le proprie facoltà, sia quella legislativa che quella di controllo dell'esecutivo. Per dare nuovo impulso alla vita politica del nostro Paese, da troppo tempo impantanata in scontri e polemiche sterili, dobbiamo restituire legittimità ai nostri rappresentanti alla Camera e in Senato.
La triste consuetudine delle “nomine” al Parlamento ci ha costretto anche ad assistere allo spettacolo della carica dei “figli e parenti di”, delle starlette e delle veline, tutti catapultati sugli scranni più alti del potere e ben decisi a intraprendere una carriera politica, pronti a rendere conto delle proprie azioni solo a chi li ha piazzati in pole position nelle liste elettorali. Dobbiamo pretendere la trasparenza, dicendo no alla “professionalizzazione” della politica, che non deve più essere un mestiere o un’occupazione, ma deve tornare a rappresentare una passione per una classe dirigente autonoma e preparata.
- Patto tra generazioni (clicca per espandere)
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L'Italia è un Paese vecchio e fermo. Se vogliamo crescere, dobbiamo cambiare: il rilancio della società e dell'economia deve necessariamente passare per il cambio generazionale.
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Come ha ripetuto spesso Mario Draghi: se, superato il periodo di crisi, vogliamo dare nuovo slancio allo sviluppo economico dobbiamo investire sul futuro, o meglio: “su coloro per i quali il futuro è l'unica ricchezza, i giovani”. Su di loro pende una grande incertezza che riguarda il lavoro: il tasso di disoccupazione giovanile in Italia (nella fascia compresa tra i 15 e i 24 anni) nel giungo 2012 si è attestato introno al 34%, un dato superiore alle media Ue e tre volte superiore a quello tedesco. I precari, secondo l'Istat, sono oltre 2,5 milioni, in forte calo a causa della crisi economica. I giovani disoccupati rappresentano il 10,1% della popolazione della fascia di età 15-24. Sono 608mila invece i giovani in cerca di occupazione. Il precariato è un nodo che deve essere risolto.
Il sistema pensionistico italiano è un nodo fondamentale: mentre chi va in pensione oggi percepirà un assegno che può coprire fino all'80% dell'ultimo stipendio, per i pensionati di domani rimarranno soltanto le briciole. Agghiacciante, ma assolutamente rivelatrice, la dichiarazione di Antonio Mastrapasqua, presidente dell'INPS: “Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale". La “simulazione” di cosa? Di quanto un “parasubordinato”, cioè un lavoratore precario, prenderà di pensione tra qualche decennio dopo aver versato per una vita i relativi contributi. Il risultato sarebbe invariabilmente una pensione inferiore al minimo, poche centinaia di euro al mese. Ciò significa che i precari stanno versando i contributi per i loro genitori, zii e parenti. Di sicuro non per se stessi.
Il ricambio generazionale dovrà investire anche i vertici della classe politica: solo una classe dirigente giovane, competente e preparata potrà portare il dinamismo necessario per dare una scossa al nostro Paese. Siamo a un momento di svolta, perché la crisi, sia quella politica che quella economica, è innanzitutto un’opportunità, un’occasione per ripensare i vecchi modelli e investire sul futuro, per creare qualcosa di nuovo. I giovani devono pretendere le politiche necessarie per un serio investimento sul futuro: nuovi modelli educativi, per una preparazione moderna e competitiva, nuovi modelli di formazione professionale, per sviluppare al meglio le capacità di ciascuno, nuovi sistemi di lavoro e di welfare, perché la flessibilità non sia più una gabbia.
- Merito e opportunità (clicca per espandere)
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Purtroppo in Italia la mancanza assoluta del criterio del merito nella selezione di chi deve emergere coinvolge tutti gli aspetti della nostra società dalle imprese alla politica, passando ovviamente per l'università, e rappresenta un insormontabile ostacolo per la crescita e lo sviluppo.
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Il nostro mercato del lavoro vive di segnalazioni. Immaginare di trovare lavoro inviando semplicemente un curriculum resta un’illusione. Come raccontano i dati dell’ultima indagine Excelsior sulle imprese, circa il 54% delle assunzioni avviene per conoscenza diretta o per segnalazione di conoscenti. Un altro 25% da banche dati interne alle aziende. In sintesi: chi non può contare su conoscenze personali o non è già inserito in azienda ha ben poche probabilità di trovare lavoro.
Un altro chiaro sintomo dell'assenza di meritocrazia lo possiamo leggere nell'emorragia costante di “intelligenze” che emigrano in terra straniera. Il 95% degli studenti diplomati nel 2010 nella classe scientifica della Scuola Galileiana (crème dei laureati dell'Università di Padova) proseguirà la carriera fuori dai confini nazionali (in Francia, in Germania, nel Regno Unito). E nello stesso tempo pochissimi francesi, tedeschi o inglesi vengono a fare il Master o il Dottorato in Italia.
Il merito deve essere un requisito fondamentale anche all’interno dei partiti, nella selezione delle nuove generazioni di rappresentanti e amministratori. Torniamo criteri politici chiari, non basta “pescare” nella società civile alla ricerca di talenti freschi. Le facce nuove sono inutili e pretestuose se poi non si offrono percorsi efficaci per la crescita e la valorizzazione delle capacità: che un giovane candidato “porti in dote la propria inesperienza” non può e non deve essere uno slogan da perseguire. L’attività politica deve cominciare dai municipi, dai consigli comunali, dalle amministrazioni locali. Invece, al momento, sembra che l’unico metodo per valorizzare questi nuovi talenti sia la candidatura diretta al Parlamento: Pdl e Pd hanno fatto a gara per spedire le loro facce nuove sugli scranni più alti del potere. Ma questa non è meritocrazia, è piuttosto il sintomo di un malfunzionamento.
Che fine hanno fatto i percorsi intermedi, la maturazione e l’esperienza, lo sviluppo secondo le caratteristiche di ciascuno? La candidatura come unico meccanismo premiante appiattisce e svilisce i nuovi talenti, e autorizza un dubbio legittimo: sono stati eletti perché competenti o perché compiacenti?
- Legalità ed Etica (clicca per espandere)
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Di fronte a casi anche eclatanti di mancanza di trasparenza che coinvolgono la politica, come lo è stata la vicenda di “parentopoli” a Roma, assistiamo spesso nei cittadini a una diffusa rassegnazione, accompagnata da qualche blanda giustificazione: “sono tutti uguali”, sentiamo dire molto frequentemente, come se fosse un destino inevitabile.
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Questo atteggiamento è molto pericoloso, perché spinge all’assuefazione, a quel sentimento di abitudine al mancato rispetto delle regole che fa tollerare i soprusi, le ingiustizie, gli abusi. Ecco perché la questione della legalità in Italia sembra dipendere innanzitutto da un fattore culturale, esasperato spesso dal fatto che lo Stato non riesce a far rispettare le norme.
Il mancato rispetto delle regole è un peso enorme che grava sulle spalle di ciascuno di noi, perché è causa di disservizi, di inefficienza, di ingiustizia. Così se vuole “cambiare davvero” il Partito della Nazione deve interrompere la tendenza alla rassegnazione, all’assuefazione all’illegalità.
Pensiamo all'evasione fiscale: nel Paese dei furbi, dove l'ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha avuto il coraggio di sostenere - mentre era ancora in carica - che è giusto non pagare le tasse, un terzo dell’economia italiana è sommersa, i due terzi dei contribuenti dichiarano meno di 20.000 euro l’anno (dati del Dip. Finanze del Ministero dell’Economia), un terzo degli imprenditori non versano i contributi ai lavoratori.
Ma perché in Italia è così facile non rispettare le regole? Sicuramente una delle principali cause è la lentezza, e molto spesso l’inefficienza, del nostro sistema giudiziario. Nei corridoi dei tribunali italiani, gli avvocati civilisti ripetono una battuta, quasi una barzelletta, di Piercamillo Davigo, giudice della Corte di Cassazione: «all’estero, se si vuole minacciare qualcuno, gli si intima “ti faccio causa”. In Italia, invece, la minaccia è “fammi causa”». La sintesi, sarcastica, della triste verità.
Nel nostro Paese essere garantisti significa ormai troppo spesso assicurare l’impunità: ci vogliono più di 1.500 giorni per una sentenza, oltre quattro anni in media per una causa davanti alla Corte d'appello, 3.324 giorni per discutere un fallimento, 1.021 per un processo di previdenza, 1.039 per una causa di lavoro privato, 740 per il pubblico impiego, 113 giorni per una separazione consensuale, 740 per la giudiziale e quasi tre anni per recuperare un credito.
Il concetto che dovrebbe essere alla base di ogni società civile, quello del “chi sbaglia paga”, in Italia è sempre di più una chimera. La battaglia per il recupero della legalità come strumento fondamentale per il raggiungimento dell'efficienza e del benessere passa quindi per una rivoluzione culturale di cui il Partito della Nazione deve essere il protagonista. Perché, come diceva Giovanni Falcone, “Il diritto e il rispetto delle regole sono la premessa per la felicità”.
- Innovazione (clicca per espandere)
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Il nostro Paese ha bisogno, per “cambiare davvero”, di una profonda modernizzazione: un’innovazione che non sia solo di facciata come è accaduto finora, ma che abbia un impatto diretto sui cittadini.
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È necessario, ad esempio, cambiare processi e mentalità della Pubblica Amministrazione per evitare la fila presso gli uffici pubblici per ritirare un certificato o per prenotare una visita medica, utilizzando telefono o internet. I cospicui risparmi ottenibili attraverso l'innovazione potrebbero poi essere utilizzati per finanziare, migliorandoli, tutti i servizi da offrire al cittadino.
La modernizzazione comporta anche una notevole semplificazione del rapporto tra cittadini e amministrazione: in questo modo si crea un rapporto chiaro, veloce e diretto che facilita l’inclusione e, soprattutto, può incrementare quel senso di appartenenza e di fiducia nello Stato ormai perso. La grande lontananza tra gli italiani e le istituzioni, infatti, non è frutto solo degli scandali ormai quotidiani, ma che della insormontabile incomunicabilità.
Fino ad oggi tutti i progetti di modernizzazione “Technology driven” (Guidati dalla tecnologia) di e-Government a partire dal Codice dell’Amministrazione Digitale del 2005 (chi di voi lo conosce ?) sono rimasti lettera morta (nel senso che non hanno comportato impatti sensibili), perché cercavano di applicare delle tecnologie alla Pubblica Amministrazione senza valutarne preventivamente l’impatto sociale, organizzativo e procedurale di esse. Sono stati privilegiati gli “effetti annuncio” senza poi curare la fase di messa in pratica dell’ammodernamento del nostro Paese.
In conclusione, stiamo costruendo insieme un progetto politico capace di mettere l’innovazione al centro del sistema economico e politico italiano, con la consapevolezza che, per modernizzare un Paese, bisogna fare squadra: con i governi locali, il sistema delle rappresentanze, il mondo finanziario, le università, i soggetti sul territorio.
- Famiglia (clicca per espandere)
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Un partito che abbia a cuore la crescita e lo sviluppo del nostro Paese non può non mettere al centro della sua azione politica la famiglia, nucleo fondante della nostra società.
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E questo significa darle un sostegno tangibile e prestare orecchio alle sue reali esigenze, in quanto cuore da cui può partire la strada per un progresso che investa la società tutta.
Dati alla mano, la famiglia italiana ricopre un ruolo di ammortizzatore sociale che non le è ancora pienamente riconosciuto. I nuclei familiari riescono spesso a mitigare nel loro interno gli effetti della crisi economica, rappresentando un riparo e una salvezza per i giovani, più sacrificati dal mercato del lavoro.
Secondo uno studio della Banca d’Italia infatti, nonostante i figli rappresentino circa un quinto del totale degli occupati, hanno contribuito per quasi il 70% alla variazione negativa del tasso di occupazione complessiva. Secondo Bankitalia, l’indice del cosiddetto jobless households rate (vale a dire la quota di famiglie nelle quali tutti i componenti sono senza lavoro rispetto al totale dei nuclei familiari), che in Italia è più contenuto rispetto agli altri principali paesi europei, indica che gli effetti della crisi sul mercato del lavoro sono stati parzialmente ammortizzati dalla famiglia.
Per non parlare dell’assistenza agli anziani: solo a Roma, su un totale di 1.282.000 famiglie, oltre centomila hanno un anziano a carico, cioè una persona che se non fosse assistita dai suoi cari graverebbe sull’amministrazione. Lo stesso vale per quei nuclei che hanno un componente invalido o disabile: di fronte al ridursi della spesa pubblica rappresentano sempre di più un welfare alternativo e sostitutivo rispetto allo Stato.
Così le famiglie di oggi assomigliano sempre di più a una “rete di sostegno”, un sistema dove si scambiano aiuti, tempo, risorse e servizi, continuamente. È giusto che le istituzioni comincino a restituire qualcosa indietro. Con questo spirito a Roma, una delle prime città in Italia, siamo stati promotori di quello strumento di equità tributaria che è il Quoziente Familiare: un metodo per riequilibrare le tariffe dei servizi comunali tenendo conto non solo del reddito, ma di una serie di fattori finora non considerati come la disoccupazione, il numero dei figli, la presenza di anziani, invalidi o disabili a carico.
La delibera, presentata dal capogruppo dell’Udc in Campidoglio Alessandro Onorato, ha rappresentato un grande successo non solo per la grande condivisione con cui è stata accolta (approvata all’unanimità dal Consiglio comunale il 7 ottobre 2010), ma anche perché è il simbolo della “politica dei fatti” a cui vogliamo dare nuovo impulso.
- Donne (clicca per espandere)
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Per quanto riguarda la condizione femminile l’Italia è un paese del Terzo Mondo. Secondo un recente studio del World Economic Forum sulle differenze di genere, nella classifica che misura il divario di opportunità tra uomini e donne siamo al 72esimo posto su 134 nazioni esaminate.
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Veniamo dopo il Malawi e il Ghana, a un passo dall’Angola e dal Bangladesh. Quattro gli elementi considerati: partecipazione e opportunità economica delle donne, accesso all’educazione, differenze tra uomo e donna in termini di salute e aspettative di vita e l’accesso femminile al potere politico.
In poche parole, se ci volgiamo indietro a considerare l’ultimo secolo, dalla prima grande conquista in termini di pari opportunità, l’acquisizione del diritto di voto con il referendum istituzionale del 1946, la strada per le italiane è stata lunga e tortuosa. E non ha portato molto lontano. La rappresentanza femminile in Parlamento è del 18%, nel governo scende al 16% (quattro ministri donne su ventuno, relegate peraltro a dicasteri “deboli” come l’istruzione, l’ambiente, le pari opportunità, le politiche giovanili). Al confronto con l’estero, impallidiamo: in Svezia, Spagna e Finlandia le donne sono addirittura in maggioranza al governo. La Finlandia e l’Irlanda hanno una donna come Capo di Stato, mentre la Germania e l’Ucraina hanno una donna come premier.
Nel mondo del lavoro secondo le statistiche Ue siamo al ventinovesimo posto (su trentatrè paesi censiti) per numero di donne presenti nei consigli di amministrazione, con il 4% degli amministratori contro una media Ue dell’11%. Se ci spostiamo in basso negli organigrammi delle aziende, il quadro è ancora più desolante. Le donne sono le più precarie tra i precari: provate a chiedervi quanti sono i casi in cui viene rinnovato un contratto a progetto a una donna che si è permessa il lusso di avere un figlio. Nessuno.
Ma se i posti di potere si declinano al maschile e il mercato del lavoro penalizza le donne, la soluzione non può essere l’introduzione delle quote rosa. Se il nostro obiettivo è il raggiungimento della completa uguaglianza come possiamo pensare di raggiungerlo costringendo uomini e donne a percorsi differenti? Le pari opportunità passano, ancora una volta, per un criterio fondamentale e dirimente, il merito, e per una strategia che garantisca uguali condizioni di partenza e libera concorrenza. Allo stesso tempo, nella costruzione di un welfare moderno che tenga conto delle attuali esigenze del mercato del lavoro, si dovranno necessariamente ideare nuove politiche a sostegno della maternità.
- Una società più giusta (clicca per espandere)
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Tra le nostre priorità c’è anche un progetto innovativo di sostegno alle fasce più deboli della società e una proposta per l’evoluzione delle Politiche sociali.
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Il nostro quadro normativo è tra i più avanzati al mondo: pensiamo ad esempio alle norme sulla salute mentale, alle quote percentuali che obbligano i datori di lavoro ad assumere personale disabile. Ma se tutto questo è vero, perché nei fatti siamo molto arretrati rispetto agli altri paesi occidentali? Le politiche sociali, così come sono concepite oggi, non sono davvero a misura delle fasce più deboli perché ancora concepite secondo un sistema di “elargizione” calato dall’alto.
L’innovazione che noi vogliamo portare avanti consiste nell’affrancare i cittadini in stato di bisogno dalla loro condizione, scardinando così il rapporto individuale tra cittadino e istituzioni e sgonfiando quella macchina clientelare che tanto frutta a certi partiti e che di contro getta centinaia di migliaia di famiglie nell’abbandono a nell’odioso sistema delle promesse vane.
Tutto ciò sarà possibile mettendo l’accento sul passaggio dallo stato di bisogno allo stato di diritto. Dobbiamo fare in modo la certezza del diritto (alla vita, al lavoro, all’istruzione, alla salute) non sia più negoziabile. Solo così si potranno riportare i cittadini dallo status di schiavitù, dettata dall’impellenza di aver riconosciuti i livelli essenziali di assistenza, a quello di cittadini liberi.
Parallelamente è necessario rinnovare anche l’approccio culturale al tema della sicurezza sociale. Solo se riusciremo a far diventare convinzione condivisa la certezza che garantire pari opportunità e uguali condizioni di partenza a ciascun cittadino sia il fondamento di un Paese realmente moderno potremo mettere in campo politiche sociali efficaci. Una società più giusta è possibile, spetta al Partito della Nazione mettersi in gioco per cominciare a cambiarla.
- Cultura e Sapere (clicca per espandere)
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La cultura, intesa come completa presa di coscienza del mondo che ci circonda, è il requisito di base per qualunque scelta che si possa considerare libera e consapevole.
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Solo conoscendo lo spettro più ampio possibile di opportunità che abbiamo davanti siamo nella condizione di poter prendere una decisione. Se dunque l’anima della democrazia è la libera scelta, il Paese che vogliamo cambiare avrà tra le sue priorità la promozione e la diffusione del sapere in ogni sua forma.
La scuola pubblica, che per definizione ha la missione di formare cittadini consapevoli, deve innanzitutto rappresentare il primo banco di prova di quel meccanismo virtuoso di selezione del merito che abbiamo visto essere condizione fondamentale per lo sviluppo. Ma non solo: la scuola è anche il primo momento in cui lo Stato deve garantire che si verifichi il primo requisito della meritocrazia: le pari opportunità, che per i giovani italiani sembrano fermarsi al Sud.
Come dimostrano i test INVALSI degli ultimi anni, anche tra i banchi il nostro è un Paese a due velocità, con il Mezzogiorno che resta irrimediabilmente indietro. Gli esiti dell’esame di terza media raccontano di una scuola che non riesce a insegnare le “basi” della conoscenza: non a caso i risultati peggiori, nonostante gli otto anni passati a studiarla, gli studenti li hanno ottenuti in grammatica. Se vuole “cambiare davvero”, rilanciando una rivoluzione sociale e culturale incentrata sul merito, il Partito della Nazione deve portare proposte concrete per promuovere la meritocrazia a partire dalla formazione di base. Pensiamo a un sistema di test nazionale per misurare la qualità della nostra scuola e il merito degli insegnanti, che sono l’unica vera leva per aumentare il merito degli studenti.
- “Italiani/stranieri”: integrazione (clicca per espandere)
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L’Italia è un Paese multiculturale, i dati Istat parlano chiaro: i cittadini stranieri sono in costante aumento e costituiscono il 7,1% del totale della popolazione.
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La Capitale è una vetrina piuttosto eloquente della situazione: oltre il 9% del totale degli immigrati vive a Roma, con una particolarità. Secondo il rapporto di “Save The Children”, degli oltre 930mila minori stranieri presenti sul territorio nazionale più della metà, cioè 445mila, risiede all’ombra del cupolone.
Le ricette per l’integrazione fin qui adoperate sono tardive e superate. È arrivato il momento di riconoscere il giusto valore al contributo che centinaia di migliaia di stranieri portano al nostro Paese: accudiscono i nostri anziani, si occupano dei nostri bambini, non si limitano più a fare lavori che gli italiani non vogliono, ma portano professionalità e specializzazione, sono infermieri, fisioterapisti, artigiani. Dobbiamo a loro, in gran parte, la crescita demografica: nel 2009 circa 94mila nascite, pari al 16% del totale, sono attribuibili a madri straniere.
Serve un atto di coraggio, un intervento che premi gli immigrati che rappresentano un valore aggiunto per l’Italia: diamo alle persone oneste che lavorano, che fanno Pil, che pagano le tasse, che mandano i figli nelle nostre scuole, un motivo in più per sentirsi italiani. “Cambiare davvero” significa anche essere lungimiranti e, una volta intuita la direzione verso cui tende la società, dargli nuovo impulso, imprimergli un significato, un’impronta. Per questo il Partito della Nazione dovrà quanto prima considerare di estendere il voto amministrativo per gli stranieri residenti in Italia.
L’integrazione non è un processo comunicativo a senso unico, dove le uniche alternative sono “assorbire” o venire assorbiti”. Il confronto, inteso come dialogo, con una cultura straniera, può rappresentare una grande opportunità per la costruzione della nostra identità. Solo conoscendo noi stessi possiamo raccontarci, spiegarci, comunicare e quindi integrare senza venire annullati. Non possiamo aspettarci che un cittadino straniero conosca la lingua italiana se noi per primi non la parliamo; o che apprezzi la nostra storia e cultura se non per primi non la amiamo. E come possiamo chiedergli di rispettare la legge se non ci battiamo per diffondere la cultura della legalità?